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UN PO' DI SANA INFORMAZIONE

Mi è giunta un'interessante mail che ritengo utile presentare nel mio blog. Ve la inoltro senza apportare modifiche, se non di adattamento estetico. Il merito di questo ottimo (a mio parere) lavoro di raccolta dati, condotta nella maniera meno faziosa possibile, è del prof. Franco Chemello.


Cari amici,
qualcuno di voi mi ha chiesto cosa ne penso della riforma Gelmini.
Senza affrontare lunghe questioni, permettetemi solo qualche osservazione :
Mi pare che gli unici ad ascoltare le grida di dolore decennali di Piero Angela e degli altri convinti sostenitori che il futuro nasca dall'investimento in scuola e ricerca siano i Cinesi e gli indiani. I cinesi, grazie ad investimenti governativi nella sola ricerca hanno raddoppiato la spesa dal 1995 al 2002, avvicinandosi alla media Ocse di spesa rispetto al PIL e contribuendo per il 10% della spesa globale in ricerca e sviluppo (per controllare le cifre leggasi il fondamentale saggio di Popkin e Yengar, Made by Cindia, Spelring & Kupfer, pag. 44-45) e raggiungendo il secondo posto nel mondo per investimenti in ricerca e sviluppo nel 2006 (vedasi tabella sotto). La Cina aumenta i suoi investimenti alla media di un 20% annuo. In India crescono dell'8%. Per non dire che India e Cina sfornano 350.000 ingegneri all'anno a testa (e in Cina tra tecnici, laureati e scienziati sono ogni anno 1.500.000 persone). Forse è per questo che nei giorni scorsi il nostro capo del governo è andato a chiedere ai cinesi di salvare l'economia italiana, europea e mondiale, investendo nei nostri mercati. Ma non era Tremonti e tutta la sua fazione a voler chiudere alla Cina?



Riguardo la scuola italiana vi presento alcuni dati difficilmente contestabili, se non da chi, ormai perso, è stato ingoiato dal pensiero unico, o meglio da quel populismo che sfrutta il disinteresse dei più per tutto ciò che riguarda il futuro e l'educazione (del resto il 60% degli italiani non ha più della licenza media, figurarsi se vogliono sentir parlare di scuola, visto che famiglie con figli sono sempre di meno):

Qui di seguito riporto un estratto dei dati forniti dallo studio internazionale più recente e accreditato, quello dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, a cui aderiscono 30 paesi): lo studio "Education at a Glance" è del settembre 2008, e riporta in modo comparativo alcuni indicatori su quanto gli stati investono in istruzione rispetto al loro PIL e al totale della rispettiva spesa pubblica. Ecco alcuni dati, riferiti all'Italia e ad alcuni altri paesi, relativi all'anno 2005:

(http://www.oecd.org/document/9/0,3343,en_2649_39263238_41266761_1_1_1_1,00.html per controllare i dati di dell'OCSE).

Rapporto spesa per l'istruzione sul PIL

%

Italia

4,4

Francia

5,7

Portogallo

5,4

Norvegia

7,0

Polonia

5,5

Media OCSE

5,4

L' Ue a 27, poi, è al 5,1%.

Da questo dato emerge con chiarezza che se nel nostro paese si volesse quanto meno equiparare la spesa per l'istruzione alla media OCSE, la si dovrebbe incrementare di un punto percentuale, equivalente a circa 12 miliardi di Euro in più rispetto a quanto si spende oggi. Al contrario, la riduzione di spesa di circa 8 miliardi di Euro prevista dalla recente manovra finanziaria riduce la percentuale al 3,9, misura che ci collocherà presto al penultimo posto nella graduatoria OCSE.

Ecco invece il dato relativo al totale della spesa pubblica:

Rapporto spesa per l'istruzione su spesa pubblica

%

Italia

9,3

Spagna

11,1

Irlanda

14,0

Messico

23,4

Corea

15,3

Nuova Zelanda

19,4

Stati Uniti

13,7

Repubblica Slovacca

19,5

Media OCSE

13,2

Come risulta evidente, anche su questo parametro l'Italia risulta in posizione di notevole ritardo rispetto alla media, collocandosi in verità all'ultimo posto nella graduatoria generale.

I dati sono in percentuale e non in valori assoluti (e comunque i dati OCSE in valori assoluti che pure trovate nelle tabelle scaricabili da internet sono in PPA o PPS e quindi a parità di potere d'acquisto) e quindi non c'entrano i distinguo di quelli che dicono che però dipende dal diverso tenore di vita dei diversi stati.

Le conseguenze sono evidenti: i nostri laureati sono richiestissimi all'estero (almeno i laureati di certe università) e loro sono costretti a fuggire, per scappare da precariato, paghe da fame e mancanze di mezzi: con appena 32 brevetti per milione di abitanti depositati nel 2000 all'Ufficio brevetti statunitense (United States Patent Office), l'Italia sfigura nei confronti della Svezia con 171,1 e 195,6 brevetti per milione di abitanti (oltre sei volte il dato medio italiano), seguita a distanza in classifica dalla Germania (con 121,7 nel '99 e 133,4 nel 2000) che ha strappato la seconda posizione alla Finlandia (con 135,3 ).

E c'è un rapporto stretto tra investimenti e innovazione: nel 1999 la Svezia e la Finlandia dedicavano agli investimenti in R&D (ricerca e sviluppo) rispettivamente il 3,8% e il 3,19% del loro prodotto nazionale lordo, con la Germania a quota 2,44% e la Francia al 2,19% (pari rispettivamente al 35% e al 20% del totale degli investimenti Ue), l'Italia si piazzava ancora una volta a fondo classifica con un tasso di investimento rispetto al Pil dell'1,04% nel 1999 e dello 0,98% nel '98.

Inutile dire che le cose non cambiano se guardiamo i valori assoluti (e non il rapporto con la popolazione) e i brevetti eropei (depositati all'Ufficio brevetti europeo: EPO www.epo.org) : tra il 2001-2003, infatti, l'Italia è ultima in classifica, sulla 'torta' complessiva di brevetti europei, con solo il 3,1% dei brevetti (7.622), a fronte del 39,7% degli Usa (94.489), il 22,6% della Germania (56.155) e il 21,1% del Giappone (52.337). Seguono in classifica, precedendo l'Italia, altri due paesi europei: la Francia con il 6,9% (17.084) e la Gran Bretagna con il 6,7% (16.656). Iinoltre dobbiamo tener conto che i brevetti italiani riguardano comunque settori tradizionali (solo il 10% è ad alta tecnologia).
E in tempi più recenti le cose sono ancora peggiorate per l'Italia, superata nelle strategie innovative dalla Slovacchia (vedasi il recentissimo rapporto del febbraio 2008 EUROPEAN INNOVATION SCOREBOARD 2007 ealizzato per conto della Commissione europea dal MERIT, il Maastricht economic research institute on innovation and technology e dal JRC, l'Institute for the protection and security of the citizen, citato anche in http://www.proinno europe.eu/admin/uploaded_documents/European_Innovation_Scoreboard_2007.pdf
http://www.key4biz.it/News/2006/01/18/Net_economy/Innovazione_il_nord_Europa_ancora_leader.html
http://ec.europa.eu/enterprise/innovation/index_en.htm


Certo risparmi se ne possono fare, ma non con un decreto preparato da un ministro dell'economia e che un ministro della Pubblica istruzione neofita avvalla senza chiedere parere a nessuno, neppure alle commissioni da tempo istituite. E che durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno scolastico saluta e ringrazia tutti i convenuti (autorità, Rai, ragazzi delle scuole, dirigenti) e si dimentica dei suoi insegnanti (io c'ero e ho sentito con le mie orecchie). Si può tagliare sulle cerimonie di inizio anno, sulle spese del ministero (tanto gli Uffici studi e i vari Comitati dei saggi, a quanto pare non servono, visto che comunque le decisioni le prendono altri ministeri), forse sul personale ATA che soprattutto in qualche zona d'Italia sono più dei portieri del Parlamento siciliano (cioè un numero inimmaginabile). Ma il problema è che se si deve spendere meglio è anche vero che comunque bisogna investire almeno l'1% del PIL in più, mentre l'attuale riforma prevede che i risparmi vadano nell'erario

Ma non è vero che la scuola com'è non funziona: i dati Ocse e le varie rilevazioni dei progetti Pisa indicano tutte che non è la struttura, la scuola a non funzionare, ma la società che non funziona: in tutte quelle rilevazioni il nord è ben sopra la media OCSE e in particolar il Nordest è a livello dei primissimi, sopra la Finlandia. Cfr i dati contenuti nel Quaderno (Libro) Bianco della Scuola pubblicato dal ministero nel settembre 2007, che nessuno ha voluto diffondere, perché ne usciva una scomoda verità (- es. leggasi la pag. 82, ma vi sono delle tabelle più esplicative che il ministero ha presentato solo a Venezia, ma non ha pubblicato sul testo generale). Quando durante la cerimonia di inizio anno scolastico il presidente della Repubblica ha affermato con forza che non era possibile che ogni governo buttasse alle ortiche le riforme del precedente ha indicato proprio nel Libro Bianco lo strumento più approfonditop per riflettere sui mali della scuola. Comunque dai dati si evince che non è la scuola italiana in sè che non funziona, ma una certa società degradata e socialmente viziata da certi atteggiamenti che già il meridionalista Gaetano Salvemini agli inizi del 900 evidenziava in Cocò all'università di Napoli.

Ecco un diagramma preso da un'altra fonte: http://www.scienzaonline.com/etica/investimenti_ricerca_scientifica.html




Allora se proprio vogliamo risparmiare non cominciamo dalle elementari, l'unico settore della scuola che non sfigurava rispetto alla media Ocse neanche nel Meridione, ma magari da altri settori; certo anche la scuola può concorrere, evitando alcuni sprechi, tenendo però conto che il 95% del bilancio va in stipendi perché è già stato tagliato tutto il resto, visto che a scuola non ci sono neanche i soldi per le fotocopie. Pertanto risparmiamo, ma tutti i risparmi si reinvestino nella scuola, aggiungendovi l'1% del PIL. E poi instauriamo pure una meritocrazia vera, ma che non sia un'altra politicocrazia come quella dei dirigenti pubblici, dalla sanità alle fondazioni. Invece, coma ha detto la presidente di Confindustria, la dottoressa Marcegaglia, "questa non è una riforma ma un taglio".

Non tiro fuori il solito, eppur doveroso, tema degli sprechi della politica ed altre polemiche di cui altri hanno compiutamente parlato, ma propongo solo un'ultima riflessione:
Perché si investe sempre di più nel settore militare?
L'Italia si conferma all'ottavo posto assoluto per spese militari con 33,1 miliardi nel 2007 erano 29,9 nel 2006 (e questo incremento è dovuto al governo Prodi... in attesa dei dati del governo Berlusconi).
Qui sì siamo perfettamente in linea con il nostro ruolo nel G8 e sopra alla media OCSE. Ma siamo proprio sicuri che il nostro futuro sia un destino di guerra? Contro chi? contro una Cina che nel frattempo astutamente, lei sì, si prepara un futuro vincente grazie a una politica longimirante?

Scusate se mi è scappato qualche accento polemico, di cui chiedo scusa a tutti, ma la materia "mi ha preso" e comunque c'è chi fa di peggio, come andare a Porta a Porta e dichiarare falsamente da ministro che mentre una maestra del modulo lavora le altre due stanno fuori dalla porta.
Dopo questo noioso sfogo vi saluto cordialmente, in attesa della sicura approvazione del decreto Gelmini, che dopo la sua approvazione verrà finalmente discusso con i soggetti interessati e con gli esperti preposti (i famosi saggi), come da dichiarazione dello stesso ministro...della serie ti va bene sì o sì?. Mala tempora currunt!

Franco Chemello


P.S.
Elenco qui sotto altre riflessioni che per non appesantire il già pesante testo appongo in appendice con l'indicazione della fonte. Si tratta comunque di dati accessibili e riscontrabili, anche se con una certa difficoltà, da più fonti.
Per approfondire: AA.VV.
L'Italia nella competizione tecnologica internazionale. Terzo Rapporto, Franco Angeli 2002. In particolare la II parte.
Per comodità però riporto estratti di due articoli tratti da internet e che comunque citano dati estratti dalle fonti ufficiali e che ho riscontrato nelle mie purtroppo brevi ricerche e che sono un supporto (ma non era comunque già risaputo?) a quanto affermo:

da http://www.repubblica.it/2004/e/sezioni/scienza_e_tecnologia/pocaric/pocaric/pocaric.html
Fra il 2000 e il 2004, la Germania, nonostante la crisi, ha aumentato le esportazioni del 15 per cento. La Francia del 12 per cento. In Italia sono diminuite del 7 per cento. Perché tanta sensibilità alla congiuntura? Proviamo a guardare le statistiche dall'altro lato. I settori più dinamici del commercio mondiale, negli ultimi dieci anni sono stati: farmaceutica, elettronica di consumo, computer, macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei. Insieme, costituiscono ormai un quarto di tutto l'interscambio. Sono i beni che le statistiche definiscono high-tech, tranne i macchinari elettrici, che rientrano nei beni a media tecnologia e sono anche gli unici in cui l'Italia abbia una presenza significativa.
Nei beni ad alta tecnologia, la quota italiana del commercio mondiale si era già ridotta di un quarto fra il 1996 e il 2000, dal 2,20 all'1,64 per cento......
La stessa Ocse produce ogni anno una sorta di pagellone della scienza e della tecnologia, che classifica i paesi industrializzati secondo 200 diversi indicatori. Nella stragrande maggioranza, i risultati ci inchiodano nella zona retrocessione. Il primo indicatore, ad esempio, misura gli "investimenti in sapere", dove i ricercatori Ocse sommano la spesa per la ricerca, la spesa per l'istruzione superiore, la spesa per il software. Fra il 1992 e il 2000, gli anni in cui è esplosa la "knowledge economy", il tasso di aumento di questi investimenti, che ne sono il motore fondamentale, è stato in Italia il più basso di tutto il mondo sviluppato. Peraltro, l'unica cosa che è davvero aumentata è la spesa per software: le altre due voci - ricerca e istruzione - sono, di fatto, diminuite. Anche la Republica Slovacca investe in sapere una quota maggiore dell'Italia del prodotto nazionale. Portogallo, Polonia, Messico e Grecia partono più indietro di noi, ma i loro investimenti in conoscenza aumentano dell'8 per cento l'anno, i nostri dell'1,8 per cento. E' solo questione di tempo, perché ci raggiungano....
Il numero di laureati stranieri che lavora nelle università italiane è pari all'1 per cento del personale universitario di ricerca, come in Messico e in Corea. I laureati stranieri sono il 33 per cento nelle università di Svizzera, Gran Bretagna e Belgio, il 27 per cento negli Usa, il 18 per cento in Danimarca. La strada, del resto, è indicata per primi dai laureati italiani. Il 3-4 per cento di loro, ogni anno, va a studiare e a lavorare all'estero, dove ha più prospettive di ricerca e di carriera, oltre a stipendi che sono, di solito, il triplo di quello che avrebbero in Italia. La stessa percentuale è dell'1 per cento nel resto d'Europa. Non va meglio nel privato: nell'industria italiana ci sono 3 ricercatori ogni mille addetti In Spagna sono 4, la media europea è 5, in Usa, Giappone e Svezia stiamo fra 9 e 10....
"La scomparsa dell'Italia industriale" - acquistiamo molti più brevetti di quanti ne produciamo. Inoltre, i nostri sono, per lo più, a basso contenuto tecnologico. Solo il 10 per cento può essere definito high-tech. E' una brutta pagella"....
L'alta tecnologia costituisce il 30% della produzione USA, oltre il 20% della produzione dei Paesi emergenti dell'Asia, quasi il 18% in Cina, 15% in Giappone, 12% in Europa. (34). L'Italia è tradizionalmente specializzata su prodotti a media e bassa intensità di conoscenza aggiunta


Roma, 12 dic. - (AdnKronos) -

Italia fanalino di coda nel mondo per numero di brevetti ma con imprese leader, nel mercato e nella capacità brevettuale, in alcuni comparti produttivi. Appare così il Bel paese sul fronte imprenditoriale stando al monitoraggio, effettuato da Unioncamere e Dintec, sulla capacità brevettuale del nostro paese nei settori produttivi prioritari per l'economia nazionale rispetto ai più importanti competitor internazionali. Il monitoraggio, condotto sui brevetti depositati all'ufficio europeo (Epo) tra il 2001-2003, mostra infatti che l'Italia è ultima in classifica, sulla 'torta' complessiva di brevetti, con solo il 3,1% dei brevetti (7.622), a fronte del 39,7% degli Usa (94.489), il 22,6% della Germania (56.155) e il 21,1% del Giappone (52.337). Seguono in classifica, precedendo l'Italia, altri due paesi europei: la Francia con il 6,9% (17.084) e la Gran Bretagna con il 6,7% (16.656). Tuttavia in alcuni comparti produttivi le nostre imprese sono addirittura in cima alla classifica. Tra i settori che reggono il confronto internazionale, le medie imprese manifatturiere, esaminate nel rapporto annuale Unioncamere-Mediobanca, dimostrano una discreta propensione all'innovazione, misurata in base al numero dei brevetti pubblicati dall'Epo: tra il 1999 ed il 2003 hanno contribuito per il 14% ai brevetti delle imprese italiane pubblicati dall'ufficio europeo. E ciò malgrado questo segmento aziendale rappresenti lo 0,1% delle imprese operanti nel nostro paese ed il 3,3% del valore aggiunto.
http://www.adnkronos.com/Speciali/Mst/NotizieBox/57.html



Pubblicato il 10/11/2008 alle 18.43 nella rubrica Politica.

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