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IO CHE VADO A LEZIONE




IO IN SESSIONE D'ESAME






27 marzo 2009

CITAZIONE DI MARZO


Mi devo scusare per la vergognosa mancanza di post, ma sono stato seriamente occupato altrimenti; ad ogni modo per questo mese ho scelto un'estratto di Nietzsche, tratto da una delle sue opere più brillanti cioè "Al di là del bene e del male", nel quale il Nostro difende, a modo suo, la Scienza; davvero curioso che un filosofo difenda la Fisica a scapito di Platone! Buona lettura.










In cinque o sei cervelli si fa oggi strada, forse, l’idea che anche la fisica sia soltanto un’interpretazione e una sistemazione del mondo (secondo noi stessi! con licenza parlando) e non una spiegazione di esso; ma, in quanto si basa sulla fede dei sensi, la fisica vale come qualcosa di più e a lungo andare è destinata a valere ancora di più, ossia a valere come spiegazione. Ha per sé gli occhi e le dita, ha per sé l’evidenza e la tangibilità, e ciò esercita su un’epoca con gusto fondamentalmente plebeo un fascino ammaliatore, suasivo, convincente – anzi, segue istintivamente il canone di verità del sensualismo eternamente popolare. Che cosa è chiaro, che cosa “spiegato”? Solamente ciò che si può vedere e toccare – fino a questo punto si deve spingere ogni problema. Viceversa, proprio nell’opporsi all’evidenza dei sensi consisteva il fascino del modo di pensare platonico, che era un modo di pensare eletto – forse tra uomini che godevano addirittura di sensi più forti ed esigenti di quelli che hanno i nostri contemporanei, ma che sapevano trovare un più alto trionfo nel rimanere padroni di questi sensi: e ciò mediante pallide fredde e grigie reti di concetti che essi gettavano sul vortice variopinto dei sensi – sulla plebaglia dei sensi, come diceva Platone. In questa sopraffazione del mondo e interpretazione del mondo alla maniera di Platone c’era un tipo di godimento diverso da quello che ci offrono i fisici di oggi e parimenti i darwinisti e gli antiteleologici tra i lavoratori della fisiologia, con il loro principio della “minima forza possibile” e della massima stupidaggine possibile. “Dove l’uomo non ha più niente da vedere e da afferrare, non ha neanche più niente da cercare” – questo veramente è un imperativo diverso da quello platonico, che però per una razza dura e laboriosa di meccanicisti e pontieri dell’avvenire, che non hanno da sbrigare se non lavori grossi, può essere proprio l’imperativo giusto.



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